I circa 1.600 ettari di territorio andati in fumo negli scorsi giorni tra Lucoli e L’Aquila riaccendono – il verbo, in questo caso, è purtroppo quanto mai appropriato – l’attenzione sul fenomeno degli incendi boschivi in Abruzzo. Si tratta di un problema ben noto, tanto che è già in corso la Campagna Antincendi Boschivi della Regione Abruzzo, iniziata il 6 luglio e destinata a proseguire fino al 13 settembre, salvo eventuali proroghe o anticipi. Parallelamente, la Regione ha dichiarato lo stato di grave pericolosità per gli incendi boschivi dal 22 giugno al 15 ottobre 2025 sull’intero territorio regionale. Una misura resa necessaria dai numeri registrati negli ultimi anni: tra il 2021 e il 2025 si sono verificati 288 incendi, che hanno interessato oltre 6.000 ettari di superficie. Di questi, circa 750 ettari ricadono nella provincia di Teramo, con 210 ettari bruciati nel solo comune capoluogo.
Se si esclude il 2021, anno eccezionale in cui la sola provincia di Chieti ha registrato migliaia di ettari percorsi dal fuoco, i dati riportati in Figura 1 sono tutt’altro che rassicuranti. Si osserva infatti una tendenza all’aumento degli ettari bruciati sull’intero territorio regionale, segnale di un fenomeno che continua a crescere per frequenza e intensità.
A rendere ancora più critica la situazione contribuiscono le ondate di calore eccezionali che stanno caratterizzando gli ultimi anni e, in particolare, quella registrata quest’anno. Temperature elevate, periodi prolungati di siccità e vegetazione estremamente secca creano infatti condizioni ideali non solo per l’innesco degli incendi, ma anche per la loro propagazione e per una durata molto più lunga, rendendo le operazioni di spegnimento più difficili e aumentando le superfici percorse dalle fiamme.
Indipendentemente dalla loro origine, dolosa o accidentale, gli incendi rappresentano una fonte significativa di inquinamento atmosferico. La combustione della vegetazione libera nell’aria polveri sottili, monossido di carbonio (CO) e altre sostanze nocive, che possono raggiungere concentrazioni pericolose per la salute umana, soprattutto nelle aree prossime ai roghi. Vi è poi un aspetto meno evidente, ma altrettanto importante: il ruolo delle foreste nel mitigare i cambiamenti climatici. Attraverso la fotosintesi, gli alberi assorbono anidride carbonica (CO₂) dall’atmosfera e la immagazzinano nei propri tessuti per decenni o addirittura secoli, contribuendo a ridurre la concentrazione di questo gas serra. Quando un incendio distrugge un’area boschiva, questa capacità di assorbimento viene drasticamente ridotta. Non solo: la CO₂ accumulata negli alberi nel corso della loro vita viene in gran parte restituita all’atmosfera durante la combustione, alla quale si aggiungono le nuove emissioni prodotte dal fuoco stesso.
Ogni incendio rappresenta quindi un triplice danno ambientale: riduce la capacità futura di assorbire anidride carbonica, libera quella accumulata nel corso degli anni e produce ulteriori emissioni, contribuendo ad alimentare un circolo vizioso in cui il cambiamento climatico favorisce condizioni sempre più favorevoli agli incendi, mentre gli incendi stessi aggravano ulteriormente il cambiamento climatico.
Lo scorso 10 maggio è iniziata la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Cieli Blu”, che mira a introdurre un divieto alla “modifica delle condizioni metereologiche attraverso attività di geoingegneria nei cieli italiani”. Al di là del refuso presente nel testo (“metereologiche” anziché “meteorologiche”), la proposta fa riferimento ai cieli italiani e al rilascio in atmosfera di sostanze con lo scopo di alterarne composizione, comportamento o dinamica. In particolare, l’articolo 6 sembra richiamare il tema delle cosiddette “scie chimiche”, un’ipotesi diffusa da diversi decenni secondo cui gli aeromobili, oltre ai normali gas di scarico, rilascerebbero sostanze con finalità che andrebbero dalla modifica del clima fino ad altre forme di intervento sull’ambiente e sulla popolazione.
L’iniziativa ha raccolto un notevole interesse: a poco più di un mese dall’avvio sono già state superate le 40.000 adesioni, avvicinandosi rapidamente alla soglia delle 50.000 firme necessarie affinché la proposta possa essere depositata presso la Presidenza della Camera dei Deputati o del Senato della Repubblica. Alla luce di ciò, è utile chiarire alcuni aspetti scientifici legati al fenomeno osservabile nei cieli. Quelle scie che vengono definite “chimiche”, altro non sono che scie di condensazione che si formano a causa del vapore acqueo presente nei gas di scarico dei motori a reazione degli aerei. Le elevate temperature dei gas emessi dai motori e le basse temperature presenti alle quote di crociera determinano un rapido raffreddamento del vapore acqueo contenuto nei gas di scarico. In queste condizioni, il vapore può passare rapidamente allo stato solido attraverso il processo di brinamento, formando minuscoli cristalli di ghiaccio. La presenza, nei gas di scarico, di particelle che fungono da nuclei di condensazione, favorisce lo sviluppo delle caratteristiche scie di condensazione visibili nel cielo.
Affinché queste scie si formino, c’è bisogno di particolari condizioni che possono essere sintetizzate nel diagramma mostrato in Figura 1 che illustra il criterio di Schmidt–Appleman.
Figura 1. Diagramma schematico del criterio di Schmidt–Appleman per la formazione delle scie di condensazione in funzione della temperatura e dell’umidità relativa (UR). La regione blu identifica le condizioni nelle quali le scie di condensazione si formano sempre, indipendentemente dal contenuto di umidità dell’atmosfera. La regione centrale (bianca) rappresenta invece condizioni intermedie nelle quali la formazione delle scie dipende dall’umidità relativa (UR). La regione chiara sulla destra indica infine le condizioni per le quali le scie non possono formarsi. Le linee blu tratteggiate mostrano il criterio di formazione per diversi valori di umidità relativa, mentre la linea tratteggiata nera rappresenta il profilo verticale standard della temperatura atmosferica al variare della quota. La banda grigia evidenzia infine le tipiche quote di crociera degli aeromobili commerciali.
Quando la temperatura dell’aria è sufficientemente bassa, come mostrato nella regione colorata in blu del diagramma di Figura 1, le scie di condensazione possono formarsi anche in presenza di aria molto secca. In questa regione del grafico, infatti, la formazione delle scie avviene indipendentemente dal contenuto di umidità dell’atmosfera e può verificarsi persino per valori di umidità relativa prossimi allo 0%. Esiste poi una fascia intermedia di temperature, rappresentata dalla regione bianca del diagramma, nella quale la formazione delle scie dipende anche dal contenuto di vapore acqueo presente in atmosfera. In queste condizioni, le scie si formeranno soltanto qualora l’umidità relativa raggiunga determinati valori critici. Infine, per temperature superiori a una certa soglia, la formazione delle scie non risulta più possibile nemmeno nel caso di aria completamente satura di vapore acqueo, cioè con umidità relativa pari al 100%.
La Figura 1 mostra inoltre come vari la temperatura standard dell’atmosfera al crescere della quota attraverso la linea tratteggiata nera, insieme all’intervallo tipico delle quote di crociera degli aeromobili, rappresentato dalla zona grigia. Il profilo termico riportato nel diagramma corrisponde alle condizioni standard dell’atmosfera, definite assumendo valori convenzionali di temperatura e pressione al livello del mare. Nella realtà, tuttavia, il profilo verticale della temperatura può differire da quello standard e variare sia da un giorno all’altro sia nel corso della stessa giornata. Per questo motivo vengono effettuati regolarmente lanci di palloni sonda, generalmente nelle prime ore del mattino, che permettono di misurare il profilo verticale di temperatura, pressione e umidità dell’atmosfera. Utilizzando queste osservazioni è possibile aggiornare il profilo mostrato in Figura 1 e valutare, nota la quota di crociera degli aeromobili, quanto sia probabile osservare la formazione di scie di condensazione nei nostri cieli. La presenza o l’assenza delle scie, quindi, non dipende da fenomeni insoliti, ma da ben note condizioni atmosferiche e dalle quote alle quali avviene il volo.
Tra le ipotesi più frequentemente associate alle “scie chimiche” vi è quella secondo cui eventuali sostanze rilasciate dagli aerei possano raggiungere il suolo in modo tale da influenzare l’ambiente o la salute umana. Tuttavia, gli aeromobili commerciali operano tipicamente tra i 9 e i 12 km di quota, come mostrato in Figura 1. A queste altitudini, i processi di dispersione atmosferica, la circolazione dei venti e la presenza dello strato limite planetario favoriscono una forte diluizione delle sostanze eventualmente presenti, rendendo molto difficile che possano raggiungere il suolo in concentrazioni significative.
Un altro aspetto spesso discusso riguarda la percezione di una maggiore frequenza e persistenza delle scie rispetto al passato. Secondo le stime di FlightRadar24, ogni giorno vengono effettuati oltre 100.000 voli a livello globale. In Italia, i dati dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) mostrano che il numero di movimenti del traffico commerciale è aumentato di oltre il 20% tra il 2005 e il 2025. A ciò si aggiungono i voli cargo e gli aeromobili che attraversano lo spazio aereo nazionale senza effettuare scali. L’aumento del traffico aereo contribuisce quindi naturalmente a una maggiore presenza di scie nei cieli. Per quanto riguarda invece la loro persistenza, il fenomeno dipende ancora una volta dalle condizioni atmosferiche. Se l’aria è particolarmente secca, i cristalli di ghiaccio che compongono la scia sublimano rapidamente tornando allo stato gassoso e la scia scompare in tempi brevi. Se invece l’aria è molto umida, il processo di sublimazione risulta meno efficiente e le scie possono permanere più a lungo, estendendosi anche su vaste aree.
Sebbene la formazione delle scie di condensazione non sia un fenomeno intenzionale, il loro impatto climatico rappresenta oggi un tema di ricerca molto attivo. Studi recenti suggeriscono infatti che le scie persistenti possano contribuire al riscaldamento climatico attraverso effetti radiativi, in alcuni casi con un impatto comparabile o superiore a quello delle emissioni dirette associate alla combustione del carburante. Tra le possibili strategie di mitigazione proposte vi è quella avanzata dall’Imperial College di Londra: modificando la quota di crociera di circa 2000 piedi (circa 600 metri) in determinate condizioni atmosferiche, sarebbe possibile evitare le zone favorevoli alla formazione delle scie, riducendone sensibilmente l’impatto climatico.
Tornando alla proposta di legge di iniziativa popolare “Cieli Blu”, il raggiungimento delle 50.000 firme verificate consentirebbe il deposito del testo presso una delle due Camere del Parlamento. Successivamente, la proposta verrebbe sottoposta alle verifiche dell’Ufficio di Presidenza, annunciata all’Assemblea e assegnata alla commissione parlamentare competente per l’esame. Storicamente, tuttavia, le proposte di legge di iniziativa popolare presentano tassi di approvazione relativamente contenuti, anche perché la loro discussione dipende dalle priorità e dalle scelte di calendarizzazione parlamentare. Al momento della stesura di questo articolo, non risultano adesioni ufficiali da parte di esponenti politici alla proposta “Cieli Blu”.
Nel caso in cui la proposta dovesse proseguire il proprio iter legislativo, potrebbe inoltre emergere il tema delle modalità di applicazione e verifica delle eventuali disposizioni previste, in particolare per quanto riguarda l’accertamento delle violazioni e l’impatto operativo sul traffico aereo nazionale e internazionale.
Lo scorso 14 maggio il Climate Prediction Center (CPC), agenzia federale statunitense specializzata nelle previsioni climatiche, ha comunicato che esiste l’82% di probabilità che le condizioni di El Niño si sviluppino tra maggio e luglio 2026, con una probabilità che il fenomeno persista fino all’inverno 2026-2027 pari al 96%.
La notizia ha rapidamente attirato l’attenzione della comunità scientifica e dei media internazionali, poiché El Niño è uno dei principali fenomeni climatici naturali in grado di influenzare il clima globale. Ma cos’è esattamente El Niño? E quali potrebbero essere gli effetti sull’Italia e sull’Abruzzo?
El Niño fa parte del ciclo climatico noto come ENSO (El Niño Southern Oscillation), una fluttuazione periodica che coinvolge l’Oceano Pacifico equatoriale e l’atmosfera sovrastante. Il ciclo ENSO si alterna tra due fasi opposte: El Niño e La Niña, intervallate da una fase neutra.
Durante El Niño, gli alisei, i venti che soffiano da est verso ovest lungo il Pacifico equatoriale, tendono ad indebolirsi. Di conseguenza, la risalita delle acque fredde profonde lungo le coste occidentali del Sud America viene rallentata, favorendo un aumento delle temperature superficiali dell’oceano nella parte centrale e orientale del Pacifico. La Niña rappresenta invece la fase opposta: gli alisei si intensificano, la risalita di acque fredde aumenta e le temperature superficiali oceaniche risultano inferiori alla media.
Figura 1. Confronto tra le condizioni normali del Pacifico equatoriale e quelle associate allo sviluppo di El Niño. Fonte: NOAA.
Durante El Niño si registrano spesso precipitazioni più abbondanti lungo le coste occidentali del Sud America, mentre Australia, Indonesia e alcune regioni dell’Asia meridionale possono sperimentare condizioni di siccità anche severe. Durante La Niña, invece, gli effetti tendono generalmente a invertirsi.
Il ciclo ENSO ha una periodicità variabile, generalmente compresa tra 2 e 7 anni, e può durare dai 9 ai 12 mesi. Ma se El Niño è un fenomeno naturale ricorrente, perché il possibile evento del 2026 sta attirando così tanta attenzione? Uno degli indicatori principali utilizzati per monitorarne l’evoluzione è la temperatura superficiale del mare nella cosiddetta regione Niño 3.4, situata nel Pacifico equatoriale centrale. Valori superiori alla media di +0,5°C indicano lo sviluppo di El Niño, mentre anomalie della stessa intensità ma negative sono associate a La Niña.
Figura 2. Le quattro regioni di monitoraggio di El Niño nel Pacifico equatoriale. In rosso è evidenziata la zona Niño 3.4, utilizzata come area di riferimento per il monitoraggio e la classificazione delle condizioni di El Niño e La Niña. Fonte: NOAA.
Gli ultimi dati del CPC mostrano un’anomalia positiva di circa +0,4°C, con un progressivo aumento delle temperature oceaniche negli ultimi mesi. Le proiezioni indicano che questa anomalia potrebbe aumentare ulteriormente e, secondo alcune ipotesi discusse negli ultimi giorni, non si può escludere la formazione di un cosiddetto “Super El Niño”, ovvero un episodio particolarmente intenso, in grado di accentuare gli impatti climatici osservati normalmente durante queste fasi. Tuttavia, è importante sottolineare che i dati attualmente disponibili non consentono ancora di stimare l’intensità dell’evento. Saranno necessari ulteriori mesi di osservazione per capirlo.
A differenza delle regioni che si affacciano sul Pacifico, El Niño non influenza direttamente il clima europeo. Le connessioni atmosferiche tra Pacifico ed Europa, chiamate “teleconnessioni”, sono infatti molto complesse e non producono sempre gli stessi effetti. Ogni episodio di El Niño presenta caratteristiche proprie e può interagire in modo diverso con gli altri fattori che regolano il clima europeo. Nonostante ciò, gli studi sui precedenti eventi mostrano alcune tendenze ricorrenti. Durante gli inverni influenzati da El Niño, il Nord Europa tende a sperimentare condizioni più fredde e secche, mentre l’area mediterranea può essere associata a inverni più miti e, in alcuni casi, più piovosi. Per l’Italia e l’Abruzzo, tuttavia, non è possibile prevedere effetti diretti o automatici. Molto dipenderà dall’intensità dell’evento e dalla sua interazione con altri elementi della circolazione atmosferica.
Fenomeni come El Niño e La Niña fanno parte della naturale variabilità climatica terrestre e i loro effetti, nel lungo periodo, tendono almeno in parte a compensarsi. Per questo motivo, il dato più rilevante non è tanto il temporaneo aumento della temperatura globale associato a un singolo episodio di El Niño, quanto il trend di riscaldamento osservato negli ultimi decenni. Anche tenendo conto delle oscillazioni naturali del sistema climatico, infatti, la temperatura media globale continua a mostrare una chiara tendenza all’aumento. Questo indica che il cambiamento climatico attualmente in corso non può essere spiegato soltanto dai cicli naturali come ENSO, ma rappresenta un fenomeno più ampio e persistente. In questo contesto, El Niño non è tanto la causa del riscaldamento globale, quanto un fattore che può temporaneamente amplificarne gli effetti, rendendo ancora più evidenti anomalie termiche e fenomeni estremi già osservati a livello mondiale.
A tutti sarà capitato di sentirsi particolarmente stanchi e avere difficoltà a concentrarsi o a svolgere anche compiti che richiedono uno sforzo cerebrale minimo dopo lunghe riunioni di lavoro o dopo alcune ore trascorse a scuola. In molti casi si tratta semplicemente di affaticamento mentale; tuttavia, nelle situazioni appena descritte, questi sintomi possono essere legati anche a un altro fattore spesso trascurato: l’esposizione prolungata a livelli elevati di anidride carbonica (CO₂).
Negli ambienti chiusi con molte persone, come una classe scolastica o una sala riunioni, si creano infatti le condizioni ideali per l’accumulo di CO₂ prodotta dalla respirazione umana. Durante la respirazione inspiriamo aria ricca di ossigeno; nei polmoni il sangue assorbe questo ossigeno e rilascia anidride carbonica, che viene poi espirata. Un adulto respira mediamente circa 30 litri d’aria all’ora. Dell’aria espirata, circa il 4,5% è costituito da CO₂, una concentrazione molto più elevata rispetto a quella presente nell’aria atmosferica, che è circa lo 0,04%.
In un ambiente affollato e poco ventilato, questa differenza fa sì che la concentrazione di CO₂ aumenti rapidamente. In una classe scolastica o in una sala riunioni con molte persone, bastano poche ore perché i livelli si innalzino in modo significativo. Diversi studi hanno dimostrato che l’esposizione prolungata a concentrazioni elevate di CO₂ può ridurre la nostra capacità di concentrazione, rallentare i processi decisionali e rendere più difficile anche lo svolgimento di compiti relativamente semplici. Ecco perché una buona ventilazione degli ambienti non è solo una questione di comfort, ma anche di benessere cognitivo: far circolare l’aria significa aiutare il cervello a lavorare meglio e sentirsi più lucidi e riposati.
A questo punto può sorgere una domanda spontanea: se ognuno di noi espira una quantità relativamente significativa di CO₂, non siamo forse anche noi responsabili dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera e quindi del cambiamento climatico? La risposta, sorprendentemente, è no.
La CO₂ che espiriamo fa infatti parte di un ciclo naturale del carbonio. Attraverso la fotosintesi, le piante assorbono anidride carbonica dall’atmosfera e incorporano il carbonio nei propri tessuti. Quando noi mangiamo piante, o animali che si sono nutriti di piante, assimiliamo quel carbonio. La CO₂ che espiriamo è quindi semplicemente il ritorno in atmosfera dello stesso carbonio che le piante avevano precedentemente catturato. Si tratta dunque di un ciclo chiuso e in equilibrio naturale.
Il problema del cambiamento climatico nasce invece quando introduciamo nell’atmosfera carbonio “nuovo” dal punto di vista del ciclo naturale, come quello contenuto nei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), rimasto intrappolato nel sottosuolo per milioni di anni. Bruciandoli, immettiamo nell’atmosfera grandi quantità di CO₂ aggiuntiva, alterando l’equilibrio del sistema.
La produzione di energia idroelettrica in Italia prende avvio alla fine dell’Ottocento e si diffonde rapidamente grazie a due condizioni favorevoli: la scarsità di combustibili fossili e la presenza capillare di corsi d’acqua che attraversano ampie vallate. In questo scenario, regioni dal profilo prevalentemente montuoso e ricche di bacini idrici, come l’Abruzzo, hanno trovato nell’idroelettrico una risorsa pienamente coerente con la propria morfologia e con la disponibilità naturale del territorio.
All’inizio del Novecento, tali caratteristiche alimentarono l’idea che l’Italia potesse raggiungere un’autosufficienza energetica stabile sfruttando la forza dell’acqua. Tuttavia, nel secondo dopoguerra la domanda di energia elettrica aumentò rapidamente, imponendo la realizzazione di nuovi impianti per sostenere la crescita industriale e civile. Proprio in quel periodo, però, il potenziale di ulteriore espansione dell’idroelettrico iniziò a mostrare segnali di saturazione, come evidenziato dal grafico in Figura 1.
Figura 1. Istogramma della percentuale di energia elettrica prodotta in Italia tramite impianti idroelettrici dal 1886 al 2024. Fonte dati: Terna S.p.A.
Con riferimento al contesto regionale, al 31 dicembre 2024 in Abruzzo risultano in esercizio 74 impianti idroelettrici, per una potenza efficiente netta complessiva di 1.071,1 MW. Nel corso del 2024, la provincia con la maggiore produzione è Teramo, con circa 363 GWh, seguita da Pescara (276 GWh), Chieti (253 GWh) e L’Aquila (204 GWh), per un totale regionale pari a circa 1,1 miliardi di kWh.
Questo valore rappresenta circa il 2% dell’energia idroelettrica prodotta complessivamente in Italia nello stesso anno, una quota leggermente inferiore alla media registrata nel corso del secolo, come mostrato in Figura 2. Il dato evidenzia come, pur non essendo tra le regioni leader a livello nazionale, l’Abruzzo mantenga un ruolo significativo nel panorama delle rinnovabili, grazie a una rete impiantistica diffusa nel territorio.
Figura 2. Istogramma della percentuale di energia elettrica prodotta in Abruzzo rispetto al totale nazionale da impianti idroelettrici, nel periodo 2000 – 2024. Fonte dati: Terna S.p.A.
Parallelamente, la necessità di ridurre le emissioni climalteranti ha reso imprescindibile lo sviluppo di ulteriori fonti rinnovabili, come l’eolico e il fotovoltaico. In Italia, questi settori hanno registrato progressi significativi, arrivando a rappresentare complessivamente circa il 22% della produzione totale di elettricità. Nonostante ciò, il contributo principale tra le rinnovabili resta quello dell’idroelettrico, che nel 2024 copre circa il 48% della produzione rinnovabile nazionale.
Tale centralità, tuttavia, pone interrogativi per il futuro. Da un lato, l’idroelettrico appare ormai sfruttato quasi al massimo delle sue potenzialità, con margini di crescita limitati; dall’altro, la sua produttività è strettamente legata alla disponibilità idrica, sempre più condizionata dai cambiamenti climatici.
Gli eventi estremi incidono in modo diretto sulla produzione. La marcata siccità registrata tra l’inverno 2021 e il 2022 ha comportato una riduzione del 42% dell’energia prodotta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con effetti evidenti anche nei territori dell’Appennino centrale. Al contrario, precipitazioni particolarmente intense possono determinare il rapido riempimento degli invasi e lo sfioro di grandi volumi d’acqua non sfruttabili a fini energetici, come accaduto alla Diga di Ridracoli durante un recente episodio di forti piogge.
In questo contesto di saturazione del grande idroelettrico e di crescente instabilità climatica, una prospettiva interessante per l’Abruzzo è rappresentata dallo sviluppo del micro idroelettrico. Impianti di piccola scala, generalmente installati su corsi d’acqua minori, acquedotti o canali esistenti, capaci di produrre energia con un impatto ambientale più contenuto rispetto alle grandi dighe.
Per una regione come l’Abruzzo, caratterizzata da una diffusa rete di corsi d’acqua montani e da piccoli centri distribuiti sul territorio, il micro idroelettrico può costituire una soluzione complementare: non tanto per incrementare in modo significativo la produzione complessiva, quanto per favorire l’autoconsumo locale, la generazione distribuita e una maggiore resilienza energetica delle comunità.
Il 17 gennaio si celebra la festa di Sant’Antonio Abate, un santo particolarmente amato e venerato in Abruzzo. Le celebrazioni a lui dedicate uniscono tradizione religiosa e riti popolari, tra cui la benedizione degli animali e l’accensione di grandi fuochi rituali, simbolo di protezione e purificazione.
Tra le manifestazioni più note vi è quella delle Farchie di Fara Filiorum Petri, in provincia di Chieti. Ogni anno, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, vengono accesi enormi fasci di canne, alti fino a otto metri e con un diametro di circa ottanta centimetri, che illuminano il paese in uno degli eventi folkloristici più suggestivi della regione.
Il rito affonda le sue radici in una tradizione leggendaria legata a un presunto miracolo avvenuto nel 1799, durante l’invasione francese. Secondo il racconto popolare, Sant’Antonio avrebbe fermato l’avanzata delle truppe trasformando in fiamme le querce che circondavano il paese, costringendo i soldati alla fuga. Da allora il fuoco è divenuto elemento centrale della celebrazione.
Figura 1. Le Farchie di Fara Filiorum Petri (CH). Foto: Abruzzo Turismo.
Fuochi simili, seppur con modalità diverse, vengono accesi in molte altre località abruzzesi. Accanto al valore simbolico, culturale e identitario di queste tradizioni, esiste però anche un aspetto meno visibile, legato alla qualità dell’aria e alla salute umana, che merita attenzione.
La combustione di grandi quantità di legname comporta infatti l’emissione di anidride carbonica (CO₂) e di polveri sottili, in particolare PM2.5, particelle con un diametro inferiore a 2,5 micrometri. Per avere un termine di paragone, un capello umano ha un diametro medio di circa 60 micrometri: il PM2.5 è quindi molto più piccolo e più facilmente inalabile.
Se le emissioni di CO₂ contribuiscono, seppur in misura limitata e locale, all’aumento dei gas serra, l’esposizione a elevate concentrazioni di particolato rappresenta un rischio immediato e diretto per la salute. Numerosi studi scientifici collegano l’esposizione al PM2.5 all’insorgenza e all’aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari, anche gravi. La dimensione estremamente ridotta di queste particelle consente loro di penetrare fino agli alveoli polmonari e, in alcuni casi, di entrare nel flusso sanguigno.
Durante le celebrazioni di Sant’Antonio, l’aumento della concentrazione di PM2.5 è stato osservato anche dai dati delle stazioni di monitoraggio situate a decine di chilometri di distanza, come quelle di Francavilla al Mare e Ortona. Questo fenomeno è spiegabile dal fatto che il particolato atmosferico può rimanere sospeso nell’aria per periodi prolungati e trasportarsi su ampie distanze, determinando un’esposizione diffusa.
Figura 2. Istogramma delle concentrazioni medie giornaliere di PM2.5 nei giorni immediatamente prima e dopo il 17 gennaio (Sant’Antonio Abate), misurate dalle stazioni di Francavilla al Mare (blu) e Ortona (rosso). Fonte dati: ARPA Abruzzo.
Dai grafici emerge chiaramente come, nei giorni delle celebrazioni, le concentrazioni di PM2.5 risultino significativamente più elevate rispetto ai giorni precedenti e successivi. L’aumento osservato non è riconducibile a un singolo evento, ma alla combinazione di più accensioni e attività legate alla festa. In particolare, molte iniziative si svolgono in prossimità dei fuochi, spesso accompagnate anche da fuochi d’artificio, che contribuiscono ulteriormente all’emissione di particolato.
Le feste di Sant’Antonio Abate rappresentano un patrimonio culturale e identitario importante per l’Abruzzo. Essere consapevoli degli effetti temporanei sulla qualità dell’aria non significa metterne in discussione il valore, ma prestare attenzione alla propria salute, soprattutto per bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari. Mantenere una certa distanza dai fuochi e limitare l’esposizione prolungata può aiutare a vivere la tradizione in modo più sicuro e informato.
L’anno appena iniziato segna un passaggio cruciale per la qualità dell’aria in Europa. Entro l’11 dicembre, infatti, tutti i Paesi dell’Unione Europea dovranno adeguarsi a limiti più stringenti sulle concentrazioni degli inquinanti atmosferici, così come stabilito dalla Direttiva (UE) 2024/2881 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2024, relativa alla qualità dell’aria ambiente e a un’aria più pulita in Europa.
Con riferimento alle polveri sottili, la normativa europea stabilisce che entro l’11 dicembre 2026 le concentrazioni di PM10 non debbano superare il valore di 50 µg/m³ come media giornaliera per più di 35 giorni all’anno e che la concentrazione media annuale resti al di sotto dei 40 µg/m³. Per il PM2.5, il valore limite della concentrazione media annuale è fissato a 25 µg/m³. Successivamente a tale data, i limiti per entrambe le frazioni di particolato saranno ulteriormente ridotti e dovranno essere pienamente raggiunti entro il 1° gennaio 2030, come indicato in Tabella 1.
Inquinante
Tipo di media
Valore limite
Superamenti consentiti
Da raggiungere entro
PM10
Media 24h
50 µg/m³
35 volte/anno
11 dicembre 2026
45 µg/m³
18 volte/anno
1 gennaio 2030
Media annuale
40 µg/m³
–
11 dicembre 2026
20 µg/m³
–
1 gennaio 2030
PM2.5
Media 24h
25 µg/m³
18 volte/anno
1 gennaio 2030
Media annuale
25 µg/m³
–
11 dicembre 2026
10 µg/m³
–
1 gennaio 2030
Tabella 1. Valori limite per la protezione della salute umana. Fonte:Direttiva UE 2024/2881.
Ma qual è la situazione in Abruzzo? La regione sarà in grado di rispettare i limiti da raggiungere entro l’11 dicembre 2026? E sarà pronta ad affrontare i requisiti ancora più stringenti previsti per il 1° gennaio 2030? Per rispondere a queste domande è necessario analizzare i dati preliminari pubblicati da ARPA Abruzzo (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) relativi alle concentrazioni di PM2.5 e PM10 per l’anno 2025.
Figura 1. Istogrammi della concentrazione media annua per il 2025 nei capoluoghi abruzzesi, con confronto tra i limiti normativi attualmente in vigore (linee blu) e quelli che dovranno essere rispettati entro il 2030 (linee nere) per il PM2.5 (a sinistra) e il PM10 (a destra). Fonte dati: ARPA Abruzzo.
I valori delle concentrazioni medie annuali di particolato (PM2.5 e PM10), riportati in Figura 1, risultano inferiori ai limiti da rispettare entro l’11 dicembre 2026 in tutti i capoluoghi abruzzesi. Tuttavia, se si considerano i valori limite più restrittivi previsti per il 2030, emerge un quadro maggiormente critico. In particolare, Chieti e Pescara presentano lievi superamenti del limite per il PM10, mentre per il PM2.5 le stesse città mostrano scostamenti più significativi, ai quali si aggiunge anche Teramo, seppur con un superamento contenuto. La sola città dell’Aquila risulta pienamente conforme a entrambi i limiti, per entrambe le frazioni di particolato..
Conclusioni analoghe si possono trarre analizzando il numero annuale di superamenti del valore limite giornaliero. Con riferimento al limite attuale per il PM10 (35 superamenti annui), tutte le città si collocano ben al di sotto della soglia consentita. Anche rispetto al nuovo limite di 18 superamenti annui, come evidenziato dai dati in Tabella 2, soltanto la stazione di Via Sacco a Pescara si avvicina al valore massimo, con 13 superamenti.
Diverso è il quadro per il PM2.5, per il quale la normativa vigente non prevede attualmente un numero massimo di superamenti giornalieri. Con l’introduzione del nuovo limite di 18 superamenti annui, sia Chieti sia Pescara risultano oltre la soglia, in alcuni casi quasi raddoppiandola. Rimangono invece contenuti i valori registrati nelle città di Teramo e L’Aquila.
Inquinante
Città
Nome stazione
Concentrazione media annuale
Numero di superamenti annuale (limite corrente)
Numero di superamenti annuale (nuovo limite)
PM10
L’Aquila
Via Amiternum
14,6 µg/m³
2
4
Teramo
Porta Reale
17,9 µg/m³
0
0
Chieti
Scuola Antonelli
20,0 µg/m³
1
6
Pescara
T. D’Annunzio
20,9 µg/m³
3
6
Via Firenze
20,2 µg/m³
2
3
Via Sacco
21,3 µg/m³
5
13
PM2.5
L’Aquila
Via Amiternum
8,7 µg/m³
–
4
Teramo
Gammarana
10,4 µg/m³
–
7
Chieti
Scuola Antonelli
13,9 µg/m³
–
38
Pescara
T. D’Annunzio
11,9 µg/m³
–
30
Via Firenze
12,7 µg/m³
–
40
Tabella 2. Valori della concentrazione media annua per il 2025 di PM10 e PM2.5 misurati nelle stazioni dei capoluoghi abruzzesi e confronto del numero di superamenti rispetto ai limiti normativi attualmente in vigore e a quelli che entreranno in vigore entro il 2030.
Nel complesso, i dati relativi al 2025 indicano una situazione incoraggiante per quanto riguarda il rispetto dei limiti a tutela della salute umana che dovranno essere raggiunti entro l’11 dicembre 2026, sia per il PM10 sia per il PM2.5. Tuttavia, in vista degli obiettivi fissati per il 2030, tutte le città capoluogo, ad eccezione dell’Aquila, saranno chiamate a compiere uno sforzo significativo per ridurre le emissioni di questi inquinanti, notoriamente dannosi per la salute.
È infine necessaria un’ulteriore riflessione sul sistema di monitoraggio. Attualmente, ciascun capoluogo dispone di una sola stazione di misura per ogni inquinante (in alcuni casi una stessa stazione è attrezzata per rilevare più parametri), fatta eccezione per Pescara. La variabilità delle concentrazioni annuali e del numero di superamenti osservata tra le diverse stazioni di Pescara, riportata in Tabella 2, evidenzia ancora una volta una criticità già segnalata in un precedente articolo: la bassa densità della rete di monitoraggio. In assenza di un numero adeguato di sensori distribuiti sul territorio, non è possibile stabilire con certezza se il rispetto dei limiti normativi riguardi l’intera regione o soltanto le zone prossime alle stazioni di misura.
Quando si parla dello scioglimento dei ghiacciai e del conseguente aumento del livello degli oceani, un buon cocktail può aiutarci a rinfrescarci le idee. Immaginatevi seduti al tavolo di un bar, con il bicchiere tra le mani ad osservare il ghiaccio sciogliersi lentamente, diluendo il vostro drink. Istintivamente potremmo aspettarci che, man mano che il ghiaccio si scioglie, il livello del liquido nel bicchiere aumenti.
In realtà, il principio di Archimede ci insegna che l’acqua liberata dal ghiaccio occupa lo stesso volume del ghiaccio stesso, mantenendo invariato il livello del cocktail. Questo comportamento, per quanto semplificato, non sembra spiegare il legame tra lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento del livello degli oceani, che richiede la considerazione di un ulteriore elemento fondamentale: la natura del ghiaccio coinvolto
Gli iceberg ed il ghiaccio galleggiante, già immersi nell’acqua degli oceani, quando si sciolgono, non ne aumentano direttamente il livello, proprio come nel caso del nostro cocktail. È lo scioglimento dei ghiacciai terrestri, come quello del Calderone sul Gran Sasso, a contribuire in modo significativo all’innalzamento del livello degli oceani. Quando questi massicci blocchi di ghiaccio si sciolgono, riversano enormi quantità di acqua negli oceani, aggiungendo nuovo volume all’acqua già presente.
Figura 1.Parte sommitale del ghiacciaio del Calderone (declassato a glacionevato dal 2019) nell’estate del 2007. Fonte immagine: EN, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
Ma c’è di più. L’aumento della temperatura globale, causato principalmente dalle attività umane, contribuisce ulteriormente all’innalzamento del livello degli oceani attraverso un processo noto come dilatazione termica. Aumentando la temperatura, le molecole d’acqua iniziano a vibrare più rapidamente, sviluppando una maggiore energia che aumenta la distanza tra di loro, portando quindi all’espansione dell’acqua ed al conseguente aumento del suo volume complessivo. Questo fenomeno, sebbene meno intuitivo, riveste un ruolo cruciale e può contribuire in misura uguale, se non maggiore, rispetto allo scioglimento dei ghiacciai all’innalzamento dei livelli oceanici.
Comprendere le dinamiche di questi processi è fondamentale per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici e per sviluppare politiche informate, capaci di guidare una gestione sostenibile delle risorse e di tutelare le nostre coste sempre più esposte.
I dati preliminari pubblicati da ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Abruzzo sulle concentrazioni di polveri sottili (PM2.5 e PM10) relativi al 2024 mostrano che i limiti annuali di concentrazione sono stati rispettati in tutte le stazioni di monitoraggio della regione. Un risultato positivo, ma che, se analizzato nel dettaglio, evidenzia la necessità di una rete di monitoraggio più capillare, capace di rappresentare in modo più preciso le diverse realtà ambientali del territorio abruzzese.
Le concentrazioni di polveri sottili vengono calcolate come medie annuali, un approccio necessario per valutare il rispetto dei limiti di legge, ma che non consente di cogliere i picchi di inquinamento che possono verificarsi in poche ore o giorni per via di eventi legati a fenomeni meteorologici, traffico intenso o attività locali. Inoltre, nel 2024, ARPA Abruzzo disponeva di 9 stazioni attive per il monitoraggio del PM2.5 e 11 per il PM10. Considerando che la regione copre una superficie di circa 10.831 km², ogni stazione risulta rappresentativa di un’area media di oltre 1.000 km². È evidente che una sola stazione non può descrivere con precisione la qualità dell’aria in territori così ampi e diversificati. In particolare, la provincia di Teramo (che si estende per circa 2.000 km²) ha un solo sensore per PM2.5 e per PM10. La più vasta provincia dell’Aquila, che supera i 5.000 km² di estensione, dispone di soltanto due sensori per ciascuno di questi inquinanti.
Sebbene la distribuzione delle stazioni sia pensata e pianificata per coprire le aree più significative, la densità di monitoraggio resta limitata e non sempre in grado di rilevare variazioni locali o improvvisi aumenti dell’inquinamento.
Figura 1. Mappa della rete regionale di monitoraggio della qualità dell’aria in Abruzzo. Le stazioni di misura sono rappresentate da quadrati rossi con punto nero. Le aree verdi, celesti e fucsia distinguono rispettivamente la zona a bassa pressione antropica, la zona ad alta pressione antropica e l’agglomerato urbano di Pescara–Chieti. Fonte immagine: ARPA Abruzzo.
Negli ultimi anni si stanno diffondendo i sensori a basso costo, dispositivi ottici in grado di misurare le concentrazioni di PM2.5 e PM10 con un’accuratezza accettabile a costi contenuti. Questi strumenti consentono di creare reti di monitoraggio più dense e dinamiche, con una risoluzione spaziale di pochi metri e temporale di pochi minuti.
Secondo studi condotti dalle Università di Cambridge e Birmingham, se opportunamente calibrati e corretti, i dati raccolti da questi sensori risultano confrontabili con quelli delle stazioni ufficiali, offrendo un valido supporto alla rete di monitoraggio istituzionale. Un esempio concreto di partecipazione è il progetto internazionale Sensor Community, che raccoglie i dati di quasi 12.000 sensori in tutto il mondo. Con una spesa di poche decine di euro e un po’ di manualità, chiunque può assemblare e installare un proprio sensore domestico per monitorare la qualità dell’aria. Una volta connesso a Internet, il dispositivo trasmette automaticamente i dati al portale del progetto, che li mostra su una mappa interattiva accessibile a tutti. In questo modo, ogni cittadino può contribuire alla conoscenza collettiva della qualità dell’aria locale.
Unendo le misurazioni ufficiali con quelle della cittadinanza attiva, è possibile potenziare la rete di monitoraggio esistente e individuare in tempo reale eventuali criticità locali. L’Abruzzo può così continuare a migliorare la propria capacità di controllo ambientale, costruendo una rete più completa, trasparente e utile per la salute di tutti.
L’attuale concentrazione di gas serra, in particolare l’anidride carbonica (CO₂), è strettamente legata all’uso intensivo di combustibili fossili. Per raggiungere l’obiettivo Net Zero entro il 2050 – cioè un bilancio neutrale tra emissioni e assorbimento di carbonio – è indispensabile una profonda transizione energetica. Questo percorso richiede di sostituire progressivamente i combustibili fossili con fonti rinnovabili come il solare, l’eolico e l’idroelettrico.
Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), nel 2022 il settore energetico ha generato l’81% delle emissioni totali di gas serra in Italia. All’interno di questa quota, il settore dei trasporti pesa per il 22%, quasi interamente dovuto al trasporto su strada. È quindi evidente che la mobilità elettrica rappresenti un tassello fondamentale nella decarbonizzazione.
Nonostante i progressi, i dati di Terna mostrano che oltre il 70% dell’elettricità italiana proviene ancora da centrali termoelettriche alimentate a combustibili fossili. Per valutare in maniera realistica l’impatto delle auto elettriche, è utile confrontarle con i veicoli a combustione interna anche ipotizzando che tutta l’elettricità derivi ancora da fonti fossili.
Emissioni elettricità: secondo la U.S. Energy Information Administration (EIA), la produzione di energia da fossili emette in media 0,45 kg di CO₂ per kWh.
Efficienza veicoli: i dati di Spritmonitor indicano un consumo medio di 12,75 km/l per le auto a benzina e 15,16 km/l per quelle diesel; la media è di 13,95 km/l. Per le auto elettriche, il rendimento è di circa 5,31 km per kWh, equivalente a 46,73 km/l.
Prendendo come riferimento l’Abruzzo e i dati ISTAT sul chilometraggio medio annuo (10.356 km nel 2021), i calcoli mostrano:
Auto a combustione interna: consumo annuo di 742,36 litri di carburante → 1.781,66 kg di CO₂.
Auto elettrica: consumo annuo di 1.950,28 kWh di elettricità → 877,63 kg di CO₂.
Anche ipotizzando elettricità prodotta interamente da fossili, un’auto elettrica emette circa 904 kg di CO₂ in meno all’anno rispetto a un’auto a combustione interna. Con l’aumento delle rinnovabili, questo divario diventa ancora più ampio.
Oltre alla CO₂, i veicoli a combustione interna emettono ossidi di azoto (NOx) e particolato fine (PM2.5 e PM10), responsabili del peggioramento della qualità dell’aria e di gravi impatti sulla salute pubblica. Al contrario, i veicoli elettrici non producono emissioni dirette allo scarico, contribuendo a città più vivibili e meno inquinate.
La mobilità elettrica, abbinata a una crescente diffusione delle energie rinnovabili, non è solo una tecnologia del futuro, ma una leva cruciale per ridurre le emissioni di gas serra e migliorare la qualità dell’aria. Accelerare questa transizione è una scelta imprescindibile per garantire un futuro sostenibile al pianeta.