Qualità dell’aria: perché la composizione delle polveri sottili conta quanto la loro concentrazione
La qualità dell’aria rappresenta un indicatore fondamentale della salubrità dell’ambiente in cui viviamo. Essa riflette la presenza, più o meno elevata, di sostanze inquinanti nell’atmosfera e quindi il potenziale rischio per la salute umana. Il parametro principale utilizzato per valutare la qualità dell’aria è la concentrazione degli inquinanti, ovvero la quantità di una determinata sostanza nociva contenuta in un’unità di volume d’aria.
L’Unione Europea ha stabilito dei limiti di concentrazione per i principali inquinanti atmosferici con l’obiettivo di ridurne gli effetti dannosi sulla popolazione. In Italia, il monitoraggio e il controllo di tali concentrazioni è affidato alle ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale), che gestiscono le reti di monitoraggio a livello locale.
Tra gli inquinanti monitorati vi sono gli ossidi di azoto (NOx), il monossido di carbonio (CO), l’ozono troposferico (O₃) e il particolato atmosferico (PM) — noto anche come polveri sottili. Il particolato è costituito da un insieme di minuscole particelle solide o liquide sospese nell’aria, classificate in base al loro diametro: le più comuni sono PM10 (inferiore a 10 micron) e PM2.5 (inferiore a 2.5 micron). l PM10 è noto anche come frazione toracica perché, una volta inalato attraverso il naso, può raggiungere il torace e la trachea. Il PM2.5, invece, è chiamato frazione respirabile poiché le sue particelle, ancora più fini, riescono a penetrare più in profondità nell’apparato respiratorio, fino ad arrivare agli alveoli polmonari. Le normative europee stabiliscono limiti giornalieri e annuali di concentrazione, con ulteriori restrizioni previste a partire dal 2026.

Tuttavia, la variabilità spaziale e temporale del particolato rende problematico un monitoraggio efficace. La misurazione giornaliera media può infatti mascherare picchi temporanei di concentrazione, potenzialmente pericolosi, che si potrebbero verificare in determinate ore del giorno. Inoltre, il numero limitato di stazioni di monitoraggio (in Abruzzo, ad esempio, sono 11 per il PM10 e 9 per il PM2.5, ma nella provincia di Teramo è presente una sola stazione per ciascun inquinante) non consente una rappresentazione dettagliata delle aree urbane, specialmente in corrispondenza di strade ad alta intensità di traffico, dove le concentrazioni possono essere molto più elevate.
Ma la quantità di particolato non è l’unico fattore di rischio. Anche la sua composizione chimica può incidere in modo significativo sulla salute. Ad esempio, durante gli episodi di trasporto di sabbia dal deserto del Sahara, si osservano picchi di concentrazione di PM10. Tuttavia, trattandosi per lo più di sabbia minerale, questi eventi sono meno pericolosi per la salute, fatta eccezione per soggetti con patologie respiratorie preesistenti.
Tuttavia, se le medesime concentrazioni, o anche inferiori, di particolato contenessero particelle composte da sostanze chimiche altamente tossiche, la situazione sarebbe tutt’altro che rassicurante. Tra queste, vi è il bisfenolo A (BPA), un composto in grado di interferire con la produzione e la regolazione degli ormoni, incluso l’estrogeno. Una minima alterazione nei livelli ormonali può contribuire all’aumentare il rischio del manifestarsi di numerosi disturbi: diabete, obesità, malattie cardiovascolari, cancro, infertilità, difetti congeniti e disturbi del neurosviluppo. Il BPA appartiene alla classe degli interferenti endocrini (IE), sostanze i cui effetti possono manifestarsi non solo negli individui direttamente esposti, ma anche nella progenie, attraverso meccanismi epigenetici.
In questo contesto, nuove ricerche condotte dal Centre for Atmospheric Science dell’Università di Cambridge e dall’Università di Birmingham dimostrano la possibilità di utilizzare sensori a basso costo per analizzare non solo la concentrazione, ma anche la composizione chimica del particolato. Si tratta di una svolta che potrebbe rendere più accessibile un monitoraggio dettagliato e capillare, fondamentale per una valutazione più realistica del rischio sanitario.
In attesa che la legislazione recepisca questi avanzamenti scientifici, è fondamentale aumentare la consapevolezza pubblica sulla qualità dell’aria, non solo in termini di quantità, ma anche di ciò che realmente respiriamo. Solo così potremo proteggere davvero la nostra salute.
