Il Protocollo di Montreal: modello di cooperazione tra politica e scienza

Negli anni ’70 fece il suo debutto nei cieli il primo aereo supersonico per passeggeri: il Concorde. Frutto di una collaborazione tra Regno Unito e Francia, il Concorde era in grado di volare alla straordinaria velocità di Mach 2.04 (circa 2.180 km/h) a un’altitudine di oltre 18 km, ben superiore a quella dei normali aerei di linea. La capacità del Concorde di volare nella bassa stratosfera e di rilasciare gas di scarico proprio in quella zona iniziò a destare preoccupazione tra gli scienziati per il potenziale danneggiamento dello strato di ozono.

Oltre alle preoccupazioni legate al Concorde, vi erano anche quelle sull’utilizzo di nuovi composti chimici, noti come clorofluorocarburi (CFC), come refrigeranti e propellenti per aerosol.

Lo strato di ozono presente in stratosfera gioca un ruolo fondamentale per la vita sul nostro pianeta. La sua presenza permette l’assorbimento della maggior parte delle radiazioni ultraviolette (UV) provenienti dal sole, le quali possono generare effetti negativi sia sulla salute umana che sull’ambiente. Le paure degli scienziati si rivelarono presto ben fondate: una ricerca condotta nel 1974 mostrò come i CFC fossero chimicamente stabili in troposfera, cioè non reagissero con altri composti, mentre, una volta entrati nella stratosfera, venissero scomposti dalla luce ultravioletta del sole, rilasciando atomi di cloro (Cl) che, a loro volta, reagivano con l’ozono (O3), distruggendolo.

I risultati dello studio spinsero la comunità scientifica a intraprendere misurazioni sistematiche dello strato di ozono utilizzando strumenti terrestri e satellitari. Nel 1985, i risultati delle prime campagne di misura terrestri mostrarono un drammatico calo delle concentrazioni di ozono sopra l’Antartide: una diminuzione di circa il 40% durante la primavera antartica rispetto alle concentrazioni degli anni ’60. Una variazione così significativa che inizialmente si pensò a un errore negli strumenti di misurazione. Tuttavia, ulteriori osservazioni satellitari confermarono la scoperta di quello che fu chiamato “buco dell’ozono” a causa dell’assottigliamento dello strato di quel gas.

Evoluzione del buco nell’ozono per il mese di ottobre dal 1979 al 2024. Fonte: NASA Ozone Hole Watch.

La gravità della situazione e le implicazioni per la salute umana e l’ambiente spinsero rapidamente la comunità internazionale ad agire. Nel 1987, fu firmato il Protocollo di Montreal, un accordo internazionale volto a ridurre la produzione e il consumo di sostanze che riducono lo strato di ozono, in particolare i CFC. Grazie alle misure adottate, il buco dell’ozono ha iniziato a ridursi. Il Protocollo di Montreal è stato successivamente rafforzato e ampliato attraverso vari emendamenti e aggiunte che hanno portato alla graduale eliminazione dei CFC e di altre sostanze nocive. Si stima che, se le attuali politiche continueranno ad essere rispettate, lo strato di ozono potrebbe tornare ai livelli pre-1980 entro la metà del XXI secolo.

La scoperta del buco dell’ozono fu non solo il risultato di decenni di ricerca scientifica e misurazioni precise, ma anche di grande cooperazione internazionale. Il Protocollo di Montreal, ratificato da tutti i paesi membri delle Nazioni Unite, rappresenta uno degli esempi più efficaci di come l’azione collettiva e la volontà politica possano affrontare una crisi ambientale globale. Mentre affrontiamo altre sfide ambientali, come il cambiamento climatico, l’esperienza del Protocollo di Montreal fornisce un modello prezioso su come il mondo possa unirsi per proteggere il nostro pianeta.